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Edoardo Bennato
L’architetto del rock
Musica e provocazione
di un divo controcorrente
Articolo di Antonio Tricomi: Repubblica.it
Accompagnandomi a casa la sera Battisti mi diceva: prima o poi ce la farai
De Simone, Trampetti e mio fratello Eugenio erano al mio fianco ai tempi del primo disco Il grande provocatore sta tornando. Per ora c´è soltanto una manciata di video su YouTube, brani che l´anno prossimo andranno a formare il suo nuovo album. Edoardo Bennato ha varcato la soglia dei sessanta, ha una figlia di quattro anni e si fa l´olio da solo: a Montefiore, in Romagna. Ma se proprio non è costretto da impegni familiari o di lavoro, preferisce non allontanarsi dal quartiere nel quale è nato, Bagnoli. E preferisce non separarsi dai suoi amici d´infanzia: Aldo Foglia, Franco De Lucia, Massimo Tassi, Giorgio Darmanin, che da decenni lavorano con lui. Una compatta, solidale unità da combattimento che si prepara ad assistere Bennato nell´ultima sfida: il nuovo disco, la cui uscita coinciderà con l´inizio dei festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell´unità d´Italia.
Edoardo, occhiali scuri e fisico scattante, si prepara a giocare ancora una volta il ruolo che più gli si addice: andare controcorrente. Il materiale che c´è su YouTube parla, anzi urla, da solo. In “C´era un re” viene fatto a pezzi proprio il mito dell´unità: Mazzini e Cavour che «s´inventarono l´Italia», Vittorio Emanuele mosso da invidia per le nazioni europee, Metternich che non aveva tutti i torti nel ritenere lo stivale storicamente troppo frammentato per essere una nazione. Arrivando fino a oggi: «Chi è fedele alla Padania e chi ama Napolitano, chi dà fuoco alla bandiera e chi incendia spazzatura». E anche nelle altre canzoni si parla chiaro e forte. Dei politici, che fanno il gioco delle tre carte: «Sinistra, destra, centro: non distraetevi». Dei pacifisti, dai comportamenti non sempre lineari: «Ma com´è sinistro, com´è feroce il tuo sguardo quando parli della pace». Pensieri e parole che non fanno sconti. Asprezze che possono essere fraintese, innescare polemiche, produrre ambiguità.
«Io faccio rock», spiega Bennato. «E il rock è questo: un disperato tentativo di scardinare pregiudizi, luoghi comuni, schemi, convenzioni. Provocare, indurre la gente a pensare con la propria testa. Ma per farlo devi essere al di sopra delle parti. E magari usare l´arma dell´ironia. Arma insidiosa, che non sempre viene apprezzata. Ma io corro il rischio. Molti anni fa feci un disco chiamato “Sono solo canzonette”. Un fan mi fermò e mi chiese: perché quel titolo, le tue non sono canzonette. Non colse l´ironia, come tanti altri. Ma io non posso farci niente. Esistono due modi di fare musica. Quello di Bob Dylan, che disorienta il pubblico, cambia stile, cambia le canzoni. E quello di chi dice: sono felice di essere qui stasera con voi meraviglioso pubblico: dài, piangiamoci addosso tutti insieme. Dylan è rock, l´altro no».
Nel bene e nel male, Bennato è sulla scena da una buona quarantina d´anni. Ma la sua strada è stata spesso in salita. Dalla metà degli anni Sessanta, il giovane musicista comincia a fare la spola con Roma e soprattutto con Milano. Qualche 45 giri, qualche collaborazione anche importante: Herbert Pagani, Bruno Lauzi, Mogol, Lucio Battisti. Ma il successo si faceva attendere. «Una gavetta interminabile, estenuante», ricorda oggi Edoardo. «Molta tenacia, molta speranza. Battisti mi accompagnava a casa la sera e mi incoraggiava: prima o poi ce la farai, mi diceva. Nel 1973 arriva il contratto con la Ricordi: registro il primo album, “Non farti cadere le braccia”. Chiamo Roberto De Simone e gli dico: abbiamo bisogno di usare l´orchestra in modo ritmico. Come faceva Paul Buckmaster, un arrangiatore molto in voga all´epoca: lavorava per Elton John e aveva studiato al Conservatorio di San Pietro a Majella. Avevo De Simone al mio fianco, con mio fratello Eugenio e Patrizio Trampetti. Esce il disco e non succede niente. Nessuno lo compra. De Gregori, Venditti, Cocciante ce l´avevano fatta al primo colpo. Non parliamo di Baglioni. E io? Chiamo il direttore della Ricordi: ma che succede, gli chiedo. E lui risponde: ma tu non volevi fare l´architetto? E fai l´architetto: non puoi cantare, hai una voce sgraziata».
Ma Edoardo decide di essere coerente con il titolo del suo disco, “Non farti cadere le braccia”. Indossa chitarra, armonica e tamburello e si piazza di fronte alla sede centrale della Rai, a Roma. Comincia a cantare: “Rinnegato”, “Un giorno credi”, “Campi Flegrei”. Passano i conduttori dei programmi radiofonici. Passano i critici musicali à la page. Tutta gente in grado di imporre il proprio gusto ai media. Tutti colpiti da quel ragazzo napoletano che canta cose strambe, inveisce e suona tre strumenti simultaneamente. Decidono di promuovere il suo disco: qualcosa comincia a muoversi. L´anno dopo Edoardo pubblica il secondo album, “I buoni e i cattivi”. È fatta. «Perché non conta quanto vali. Conta quello che i media decidono. Ricordo un concerto a Civitanova Marche: ci andai da solo, non avevo manager né niente. Ma era il momento giusto. Salii sul palco che non ero nessuno. Ne discesi che ero un acclamato cantautore. La mia vita cambiò in una sera».
Il resto lo racconta bene Aldo Foglia, amico d´infanzia e manager dal ‘76, in un libro pirandellianamente intitolato “Così è se vi pare”. Edoardo comincia a battere l´Italia con i suoi concerti. Privilegia i circuiti della sinistra e dell´estrema sinistra, allora molto attive nella promozione della cultura musicale. Descrive la triste ritualità dei raduni politici in “Feste di piazza”, scritta con Trampetti. Demolisce il manicheismo dei rivoluzionari ne “I buoni e i cattivi”. Senza mandarla a dire, come sempre. «Eppure nessuno fiatava. Anzi, applausi a volontà. Perché ero stato sdoganato dai media e dagli intellettuali di sinistra. Potevo fare quello che volevo. Cantare quello che mi pareva. L´Italia è questa».
E siamo di nuovo alle sue provocazioni di oggi. La riflessione sull´Italia unita, ma unita poi perché, e da chi. Parole e musica che stridono, come unghiate sulla lavagna. Nessuna voglia di indorare la pillola. E soprattutto nessuna voglia di giocare sull´ambiguo, trito concetto di napoletanità. «Non mi sento poi così napoletano. Né italiano. Sono un cittadino del mondo. Anzi, sono uno che arriva da un altro pianeta. Intendiamoci, Napoli è la migliore città del mondo. Solo per nascerci, però. Ed è la piattaforma ideale per fare questo mestiere. Ma è una città che ha un evidente problema di numeri. L´area urbana, cioè il centro della città più i comuni limitrofi, conta tre milioni di abitanti. Di questi, 200 mila sono persone intelligenti, evolute e raffinate. Che però fanno una fatica enorme per difendersi dagli altri due milioni e 800 mila. Non c´è il senso della comunità. Quando esci di casa la mattina, sei solo contro tutti. E questo è inaccettabile, dovremmo essere tutti parte dell´Europa». In cosa spera oggi Bennato? «In un futuro sano per Gaia, mia figlia: forse anche per questo ho cominciato a farmi l´olio da solo. E in una giusta trasformazione dei Campi Flegrei, nella restituzione dell´area alla sua destinazione naturale: una terra di incomparabili bellezze naturali, di storia e di mito che potrebbe battere tutti in fatto di turismo».
Un passato ricco di esperienze, un futuro denso di speranze. E poi il presente, che per Edoardo significa soprattutto cantare. Stasera in piazza Municipio a Taurasi: versione con gruppo rock. Mercoledì a Villa Rufolo, Ravello: versione con quartetto d´archi. «Ricordo quando abitavo a Bagnoli da bambino, in un palazzo con 105 appartamenti. La mattina presto, nel sonno, sentivo mio padre che andava a lavorare all´Italsider. E la sera ricordo il fischio di chiusura della fabbrica, il cielo rosso per il fumo delle ciminiere. Mio padre era entrato all´Italsider a dodici anni come fattorino, ne è uscito cinquant´anni dopo da dirigente. Da bambino sognavo di fare l´architetto e infatti lo sono diventato. Ricordo la laurea e poi l´esame per l´iscrizione all´albo». Ma era già adulto, già famoso, già Bennato. Quell´oscuro dirigente discografico di tanti anni fa ha avuto insieme torto e ragione: Edoardo ha fatto sia il cantante che l´architetto. Senza mai farsi cadere le braccia.
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